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Dal deposito al flusso: la rivoluzione della condivisione delle fotografie in Internet

eventi > convegni > metamorfosi della fotografia

Nell'ultima vetrina dell'ultima sala del Museo Alinari di storia della fotografia, Firenze, è esposto un oggettino curioso, un piccolo parallelepipedo nero che ricorda il monolito di 2001 Odissea nello spazio. Curiosamente, ha anche la stessa data di nascita: il 2001. Il suo nome è Nokia 7650, e si presenta come il primo telefono cellulare con fotocamera incorporata. Lo scopo di quella collocazione mi sembra chiaro: i curatori vogliono farci capire che, dopo aver raccontato 170 anni di fotografia, quella storia finisce e improvvisamente ne comincia un'altra, misteriosa e ancora tutta da scrivere. Che con la comparsa di quell'oggetto improvvisamente e bruscamente l'evoluzione prende un'altra piega. Del resto, anche il monolito del film di Kubrick fece lo stesso effetto sulle scimmie umanoidi...
Quando visitai il museo la prima volta, mi chiesi perché non avessero pensato di chiudere il percorso espositivo con un altro oggetto, la prima macchina fotografica digitale, la Sony Mavica, che risale a vent'anni prima, al 1981. Non sarebbe stato più logico? In fondo, la sedicente rivoluzione che parrebbe essere in corso nel mondo della fotografia prende il nome di "rivoluzione digitale", non di "rivoluzione fotocellulare". E per poco che andate a cercare, troverete decine se non centinaia di libri e articoli e siti Internet che vi spiegano come e perché la fotografia sia stata ormai travolta e stravolta con il passaggio dalla cattura analogica dell'immagine sui granulini di sali d'argento a quella digitale attraverso i numerini: "smaterializzazione", "salto da impronta a codice", "rottura del legame referenziale", "disancoramento dalla realtà", l'immagine che si fa scrittura astratta, mappa senza territorio, immagine senza referente, analogo solo di se stessa, finestra aperta su una finestra aperta...
Non voglio attirarmi le ire dei semiologi dicendo che sono discussioni sterili. Ammetto che possa avere un certo interesse teorico e speculativo cercare di definire come cambi la nozione di segno fotografico in una notazione di tipo numerico e discreto rispetto a una notazione di tipo analogico e continuo (ci sarebbe molto da discutere anche sulla nettezza di questa distinzione). Ma qualsiasi conclusione si raggiunga, non darà conto di quel che sta succedendo davvero nelle pratiche sociali, reali, quotidiane della fotografia. Io resto convinto che sia molto più importante, oggi, chiedersi che cosa la fotografia faccia, piuttosto che speculare su cosa la fotografia sia. Per dirla con un appassionato cultore di fotografia, Antonio Arcari, quel che conta è cercare di capire e di definire, oggi, "l'importanza che l'immagine fotografica ha oggi nel contesto della nostra vita".

Parlo ovviamente in questa sede della fotografia che riempie davvero le nostre vite, le vite di tutti, della fotografia che è compagna della nostra quotidianità, e non lo ha mai fatto tanto come oggi che tutti quanti abbiamo in tasca un oggetto, proprio quel piccolo monolito con l'occhio di vetro di cui ho detto all'inizio, che produce qualcosa che possiamo chiamare "fotografia". Parlo della fotografia di massa, privata, personale, d'uso e d'affezione e di memoria: categoria a cui apparitene la schiacciante maggioranza dei miliardi di fotografie che vengono scattate ogni giorno. Nell'uso, nella funzione, nella considerazione comune di queste fotografie nulla è davvero cambiato con la pura e semplice sostituzione del supporto analogico con quello numerico. Se uno strappo, se una rivoluzione è in corso, non dipende dall'impiego di una tecnologia di captazione.
E provo a dimostrarvelo, con un piccolo esperimento di immaginazione.

Immaginiamo che sia stata inventata la fotografia digitale, ma nessuno abbia inventato Internet.Facile: in fondo per un po' di tempo le fotocamere digitali sono entrate in circolazione mentre Internet non esisteva o era accessibile a pochi.
Ebbene, le fotografie esistono, mi circondano, le consumo come prima. Se le vedo stampate su un giornale non sono in grado di dire se sono state prese con una fotocamera a pellicola o con una digitale. E non mi interessa proprio nulla. Perché come spettatore, come destinatario finale le uso e le consumo esattamente allo stesso modo
E come produttore di immagini? Qui sembra che le cose cambino. Possiedo una fotocamera digitale (ma, ricordiamo, non c'è Internet). Come la uso? Bene, la prendo con me, esco di casa, faccio le mie foto, appena fatte le posso subito vedere, sul posto (ma questo potevo farlo anche prima, con le analogicissime Polaroid), poi torno a casa: e qui in effetti c'è un cambiamento. In vece di aprire la macchina, togliere il rullino esposto e portarlo al negoziante all'angolo per farmelo sviluppare e stampare, estraggo la schedina di memoria, la infilo in una fessura del computer, e le scarico, le guardo, le ritocco, le "produco" e le archivio.
E qui in effetti una svolta di portata storica c'è.
Crolla un sistema: il sistema Kodak. Dopo cento anni quasi tondi. Cosa fu la rivoluzione Kodak? La nascita della fotografia di massa, d'accordo, ma non solo. Il buon George Eastman non si limitò a produrre fotocamere via via più economiche, ma creò un sistema integrato ben riassunto dal suo formidabile slogan pubblicitario: you press the button we do the rest, voi schiacciate il bottone e noi facciamo il resto, dove la parte importante è ovviamente la seconda: we do the rest, e il rest è il servizio di sviluppo e stampa, che rende inutili le complesse camere oscure domestiche, libera i fotoamatori dalla necessità di possedere attrezzature, conoscenze e abilità manuali, e trasferisce la pratica della produzione concreta dell'oggetto fotografia a un sistema a pagamento, rendendo chiunque, anche un bambini, capace di fotografare, lasciando al "fotografo" un solo compito: la scelta del singolo spensierato momento del clic. Il fotoamatore di massa, espropriato da ogni conoscenza tecnica, diventa nell'era Kodak un semplice ingranaggio - il più debole - del processo industriale di produzione e vendita del materiale fotografico.
(Geniale invenzione di marketing peraltro: ti regalo l'hardware per venderti il software, ti regalo o quasi la macchina per venderti il servizio… Come ora con i contratti di certi provider telefonici che ti regalano o quali il telefonino per strapparti la firma su un contratto di traffico. L'idea resta buona, ha solo cambiato categoria merceologica.

Ora dunque, col digitale, il processing si fa a casa. Le fotografie non escono dal circuito domestico. Ma è una rivoluzione, davvero? No, è piuttosto un ritorno all'indietro. Torniamo ad essere i gestori di tutto il processo produttivo dell'immagine, come i fotoamatori dell'Ottocento, anche se con strumenti diversi, non più l'umida sporchevole dark room ma la agevole amichevole asciutta dim room del nostro computer. Semmai, possiamo parlare di contro-rivoluzione.

In ogni caso, non cambia per questo il ruolo che le fotografie hanno nella nostra vita. Cosa faccio infatti di queste fotografie digitali quando lo ho finalmente prodotte? Le farò vedere a qualcuno. Se non sono un eremita, vorrò condividerle. Come? Magari le stampo (ma non lo si fa più). Preferibilmente le archivio su un cd, nell'hard-disk o su una chiavetta, e alla prima occasione riunisco qualche amico o parente e le mostra in sequenza sullo schermo. Anche qui niente di nuovo tecnicamente: la proiezione domestica di diapositive è stata per decenni l'incubo degli inviti a cena da parte degli amici appena tornati dalle vacanze. "Vieni a vedere le mie diapo? Sono solo quattrocento...". Semmai, l'azzeramento o quasi del costo marginale di ogni fotografia fa aumentare la durata della pena, "Sono solo ottocento...".
Quelle rpesentazioni di slides elettroniche, magari accompagnate da musica e effetti, sono l'equivalente dei vecchi album coi ghirigori e le didascalie. Non è cambiato nulla: le mie foto occupano un posto fisico in un archivio, uno scrigno, in un deposito da cui le estraggo per mostrarle a una cerchia di persone che conosco, che ho selezionato, che le guardano in mia presenza, all'interno di una relazione fisica e verbale stretta, di una narrazione, di una "fabulazione" diretta e condotta sotto il mio controllo stretto e consapevole. Posso certo anche "diffonderne" qualcuna: regalando stampe, ma sempre all'interno di un gesto che rafforza un legame, un gesto che ha la millenaria essenza antropologica del potlatch, il dono come creazione di relazione.

Ora, immaginate: qualcuno d'incanto ha inventato Internet. Cosa faccio adesso delle mie foto digitali quando decido di condividerle? Be', posso ancora ignorare l'esistenza del Web, e tutto scorre come ho detto prima. Ma molto probabilmente sarò tentato di caricarle in Rete, su una mia pagina personale, o molto più frequentemente sulla mia bacheca dentro un social network. Lo faccio ancora, forse, con l'intenzione di mostrarle ai miei amici, in un modo più semplice e rapido e a distanza. Ma una volta versate nella Rete, a queste immagini succede qualcosa di inedito. D'improvviso sfuggono al mio controllo. Non restano più custodite nel baule: ne volano via come palloncini, nella nuvola di Internet.
Ci sono ormai 43 miliardi di fotografie in quella nuvola, solo calcolando i siti di condivisione. Se mettiamo insieme tutto, anche i siti Web veri e propri, ci sono probabilmente 10 fotografie di esseri umani per ogni essere umano vivente. Ma non è solo la quantità a fare la differenza. In fondo anche prima le fotografie esistenti erano miliardi. Ma la stragrande maggioranza di esse aveva un numero di visionatori ristretto a poche unità o decine. La stragrande maggioranza delle fotografie familiari e private esisteva in una sola copia, cartacea, chiusa in un album o in un cassetto.
Una volta pubblicate sul Web, invece, le copie possibili sono infinite, la loro diffusione non ha potenzialmente limiti e sfugge al nostro controllo. A dispetto dei vincoli di visibilità (aggirati dal re-tweeting, dal rimbalzo epr cui ognuna delle eprsone autorizzate a vedere le mie foto può se vuole copiarla e spedirla a sua volta a tutti i suoi "autorizzati" e così via) arriveranno a utenti che non conosco, che le guarderanno senza che io lo sappia, che le scaricheranno magar1, appropriandosene, ridistribuendole, modificandole senza che io possa più neppure sapere che ciò sta accadendo.
Posso ancora dire (qualcuno lo sostiene) che sia un dono (nel senso che alla parola dà l'antropologo Mauss: gesto che attende un ricambio)? No: perché le persone che guardano le mie foto non hanno per la maggioranza dei casi una relazione con me: le fotografie non istituiscono più alcuna relazione tra me e gli altri. Ed ecco il primo cambiamento rivoluzionario prodotto dalla nuova condivisione: dalla relazione alla dispersione.

Ma andiamo oltre. Le fotografie private vengono diffuse via social network per assolvere a un mandato completamente nuovo rispetto a quello degli antichi album familiari. Sono ancora, è vero, assieme alle parole scritte, ad altri elementi visuali spuri, a oggetti sonori e mobili, tessere di un mosaico di presentazione-costruzione del sé: ma i destinatari di questo nostro avatar molto più spesso di prima, e sempre più spesso in futuro, sono persone che non mi conoscono personalmente. Scorporata dal suo referente umano, la mia immagine costruisce un'identità disancorata dalla persona, autosufficiente, dunque inesistente eppure molto più "visibile" di me stesso. Diventa il veicolo della dispersione entropica di un ego artificiale. Ed ecco una seconda rivoluzione che si compie nella nuova condivisione: dall'identità personale all'identità artificiale.

Ancora. Questa presentazione non è statica, è dinamica. I social network sono voraci di imamgini sempre nuove, ed anche se le vecchie non scompaiono, tuttavia sono solo le più "fresche" ad essere viste (grazie ai meccanismi di notifica che ne segnalano l'apparizione), perché la massa delle fotografie archiviate è così smisurata da scoraggiarne la cosultazione dopo la prima volta. Dunque se voglio proiettare di me un'immagine nella "nuvola", devo alimentarla continuamente con immagini nuove che si sovrappongono alle vecchie; se non lo faccio la mia immagine, disancorata dalla mia presenza, sfuma nella massa (come il personaggio di un film non esiste più quando il proiettore si spegne). Le immagini che mi rappresentano non sono più un corpus che si arricchisce, non sono più depositi di senso da cui le ripesco per riallacciare relazioni stabili, sono un flusso continuo di immagini proiettive ciascuna delle quali sostituisce la precedente. Terza rivoluzione della nuova condivisione: le fotografie, da deposito, diventano puro flusso.

Infine. Come gocce in un torrente, le singole fotografie non sono più oggetti autonomi, con una consistenza propria, un significato in qualche modo autosufficiente: sono frammenti di un discorso senza fine, sono le parole del discorso illimitato con cui mi comunico agli altri. Regrediscono da contenuto a canale, da prodotto a strumento. Da oggetto letterario a oggetto linguistico (anche con le parole posso fare due cose diverse: scrivere Guerra e Pace o ordinarfe un caffè al bar). E siamo alla quarta e ultima rivoluzione prodotta dalla nuova condivisione: le fotografie non sono più opera ma performance.

È difficile pensare che rivoluzioni di questo genere non abbiano effetti sul concetto e sull'estetica della fotografia in generale, sui modi di leggere e consumare immagini. Non voglio essere apocalittico, non voglio affermare affatto che quello che si va formando sia per forza scenario negativo. La rivoluzione della condivisione non va esorcizzata, ma certo va compresa. Dobbiamo porci alcune domande. La perdita di peso della singola immagine, ora goccia nel flusso, la riduzione del tempo di visione, la fungibilità, l'intercambiabilità quasi assoluta con altre immagini sorelle; la rinuncia alla selezione di qualità (i ragazzini caricano ormai su Facebook l'intero contenuto della scheda del loto fotocellulare, senza curarsi delle foto sbagliate, mosse, illeggibili), tutto questo diverso atteggiamento che ci coinvolge in quanto produttori di immagini, come influirà sul nostro consumo di immagini altrui, di immagini pubbliche, informative, persuasive? Se ogni nostra fotografia è per noi ormai leggere, sottile, banale, come potremo esercitare attenzione, senso critico, analisi sulle fotografie che pretendono di darci informazioni utili per formarci le nostre convinzioni sul mondo?

Per ora questa evaporazione non sembra avere raggiunto soglie critiche: siamo ancora capaci di farci sorprendere, indignare, interrogare da una fotografia. Tra spirito critico e anestesia tecnologica è un confronto ancora aperto. Ma le cose camminano in fretta. Direi che dovremmo tenerle sotto controllo nel tempo. Se vi va bene, per verificare cosa è successo proporrei di vederci qui, alla stessa ora di oggi, diciamo fra dieci anni.




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