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Salvare il soldato teatro.Memorie riflessioni e qualche speranza sul futuro dell'istituzione teatro

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Istituzioni culturali del territorio: diseconomiche e superate?

“Salvate il soldato Teatro! Memorie riflessioni e qualche speranza sul futuro dell’istituzione teatro”

Il secolo scorso ci ha consegnato l’idea che il teatro è un bene irrinunciabile perché necessario al benessere immateriale della comunità. In quanto tale il teatro ha meritato la definizione di servizio pubblico e lo Stato ha trovato in questo la motivazione del suo sostegno. Il fine di tale sostegno è, quindi, quello di rendere il teatro accessibile a tutti impegnando appunto risorse pubbliche per favorire la democratizzazione dell’offerta.
Tuttavia oggi, in presenza di una crisi economica profonda e non breve , dobbiamo prendere atto che il teatro è un settore
strutturalmente in deficit e che l’intervento pubblico non serve più per calmierare il costo del biglietto e consentire l’accesso a un pubblico il più ampio possibile, ma serve a sostenere un’attività (di produzione e di gestione) inevitabilmente deficitaria. Il sostegno pubblico si è infatti spostato progressivamente dalla domanda all’offerta.
Ma dobbiamo anche essere consapevoli che il teatro non ha mai avuto un ruolo centrale nella nostra cultura e ancor meno (se vogliamo anche per ragioni storiche) nella nostra società, che lo ha vissuto spesso ( in passato e ancora oggi) come intrattenimento, come una delle possibili opzioni di impegno del tempo libero
Seguendo questo filo, si potrebbe sostenere provocatoriamente che la diminuzione/crescita del Fondo Unico dello spettacolo piuttosto che quella di contributi degli EE.LL., nella misura in cui droga il mercato con un aumento dell’offerta che non trova un corrispondente aumento della domanda, è irrilevante per un verso e dannoso per l’altro. Irrilevante perché non incide più sul destino del teatro ( e dello spettacolo dal vivo, più in generale), dannoso perché rinvia scelte radicali grazie ad una politica di
tagli uguali per tutti, posponendo continuamente al giorno dopo scelte veramente incisive sul piano della selezione e su quello dell’elaborazione di una strategia di lungo termine.
Qui le
responsabilità sono equamente ripartite tra politici e operatori: i primi, per ragioni di consenso immediato e di scarso coraggio politico (ma soprattutto di scarsa convinzione rispetto al ruolo culturale e formativo del teatro nella comunità di riferimento), i secondi per una italianissima difesa dei diritti acquisiti. Tutti, politici ed operatori, per impreparazione al cambiamento, per miopia e insensibilità ad ogni strategia che non sia riferita alla coltivazione senza rischi del proprio orticello. La difesa della tradizione come scusa per non innovare, per non rischiare
Ancora una volta la condizione del teatro riflette quella di un paese fermo e ripiegato su se stesso, ostile ai giovani, impaurito da ogni cambiamento, chiuso all’interno di recinti burocratici e ideologici sempre più stretti e isolati.
Piccolo è bello? No, se significa paura del confronto
L’autoproduzione è segno di democrazia culturale? No, se non serve per formarsi, per crescere, per andare lontano
I teatri occupati sono segno di vitalità? No, se servono a non assumersi responsabilità sia da parte di chi occupa sia da parte di chi deve far rispettare le regole
L’autogestione è una formula magica? No, se non evolve in azienda responsabile e dialogante con il sistema
Salvate il soldato Teatro dall’improvvisazione!
Molto altro si potrebbe aggiungere rispetto all’analisi dei
perché e dei come siamo arrivati a questo punto, ma vorrei concentrare l’attenzione su qualche aspetto che considero decisivo.
Cambiare la percezione del teatro
Questo è certamente l’ostacolo più difficile da superare, perché si deve agire in profondità se si vuole cambiare la percezione diffusa che la società italiana ha del teatro. Si devono superare le radicate convinzioni sulla sua natura di intrattenimento, convinzioni aggravate dalla discriminante del censo e dalla presunta inattualità del linguaggio teatrale. Deve passare l’idea che il teatro sia un bene comune, necessario alla comunità, perché forma criticamente le coscienze, perché impone un confronto, perché si fonda su relazioni reali, perché è un potente strumento di prefigurazione della realtà … perché è differente e unico rispetto a tante altre forme di espressione artistica.
Ma per ottenere un risultato così importante, che restituirebbe un ruolo al teatro e dignità a chi opera in esso, occorre lavorare su alcuni snodi che rischiano se non risolti, di riportare il teatro nelle trincee sempre meno difese dei contributi.
La politica deve fare un passo indietro
Credo che i tempi siano maturi perché questo cambio di ruolo sia possibile, credo che stia maturando una nuova sensibilità almeno tra i giovani. Il teatro deve orgogliosamente affermare la sua volontà di mettersi in gioco con selezioni serie quanto a nomine, finanziamenti, assegnazione di spazi, creatività artistica e progettualità organizzativa e gestionale. Il teatro deve guidare il cambiamento e non subirlo. Basta lamentele che denunciano sudditanza e mancanza di coraggio.
Il teatro deve dire forte e chiaro che rinuncia a posizioni consolidate, se vengono approvate nuove regole più trasparenti, se vengono messe in campo verifiche costanti e valutazioni obbiettive per quanto attiene la gestione e gli aspetti economico-finanziari .
Questo vuol dire
no ai tagli lineari (con le inevitabili conseguenze), a scelte motivate che possono essere accettate solo se sono compiute da persone autorevoli e riconosciute tali, in assoluta trasparenza.
Vuol dire anche che, accettate le nuove regole e riconosciuta l’attendibilità degli interlocutori, poi le conseguenze non possono essere messe costantemente in discussione per ragioni personali o locali. E questo è un vizio molto radicato …..
Alla politica e agli amministratori sta l’onere di agire con trasparenza, di credere in una
“nuova cittadinanza teatrale”,in quanto il teatro può dare un suo originale contributo alla nuova frontiera della democrazia .
Al teatro il dovere di corrispondere alle esigenze contemporanee di partecipazione, coinvolgimento, multicanalità dei servizi con senso di responsabilità e competenza.
Lavorare sulla domanda piuttosto che sull’offerta
I più recenti dati SIAE ci dicono che cresce l’offerta e diminuisce la domanda. E’ un trend evidente già da tempo. Se è inutile sottolineare quanto sia negativo in termini di costi per la collettività e per gli operatori, è bene invece evidenziare l’autoreferenzialità di questo segnale, il distacco tra teatro e pubblico, la dimensione ristretta della platea di spettatori, l’isolamento del teatro rispetto al sistema culturale, territoriale o nazionale che sia
Appare non rinviabile l’esigenza di dare la priorità a politiche in grado di sostenere la domanda attraverso le
agenzie educative (scuole e università), attraverso la comunicazione e l’informazione, i news media, attraverso i canali di promozione turistica.
Il mondo della scuola, dalla materna all’università, deve
praticare (per conoscere) il linguaggio teatrale; i biglietti per vedere teatro debbono essere inclusi nell’offerta formativa organicamente. Questo è un investimento a medio/lungo termine, ma certamente il più proficuo e lungimirante.
La promozione del teatro deve essere sostenuta da campagne di comunicazione on-line nazionali e attraverso canali tematici televisivi, non carbonari per orari e informazione. E perché no, da un
Xfactor o un master chef teatrale?
Sappiamo tutti che il patrimonio riceve una forte spinta dagli eventi di spettacolo (siano festival in aree archeologiche, siano eventi nei musei) e viceversa il teatro può trovare nuovo pubblico tra quello, motivato, dei luoghi d’arte. Ma occorrono regole nuove ed economicamente sostenibili per gli operatori rispetto all’emissione dei biglietti in questi contesti, alle agevolazioni sulle locazioni, alle iniziative di comunicazione e promozione, premiando la sensibilità di direttori e sovrintendenti o incoraggiandola dove necessario.
La
rete formata da teatro (spettacolo dal vivo), scuola, luoghi d’arte, turismo può essere una rete d’oro per tutti i settori citati, ma va costruita prima di tutto sul piano istituzionale e su quello delle regole, poi su quello organizzativo gestionale e promozionale.
In questo ruolo gli enti locali sono determinanti: non soldi, ma impegno politico e servizi
Semplificare . Poche regole, ma chiare
Tutto il teatro vive di sovvenzioni pubbliche, non esiste in realtà un teatro italiano privato, un teatro cioè in grado di vivere di soli biglietti e di entrate proprie.
Semplificare per l’immediato vuol dire sicuramente ridisegnare le categorie sovvenzionate, magari aggregandole in due sole aree: una della stabilità e una del giro/attività stagionali. Ciascuna area con le sue regole e soprattutto con delle chiare finalità. La confusione del “chi fa che cosa” è anche nel teatro.
Ma il futuro è in un passaggio progressivo dal sistema rigido e cristallizzato dei
contributi diretti, da congelare prima e ridurre poi (secondo una progressione che vada di pari passo con la messa a punto dei nuovi strumenti), a quello tutto da disegnare dei sostegni indiretti. Sicuramente questo favorirebbe un più sano rapporto tra impresa teatrale/spettatori /pubblica amministrazione, responsabilizzando finalmente tutti
Naturalmente, premessa indispensabile per una simile strategia politica, è la ridefinizione dei compiti, del
chi fa che cosa anche a livello istituzionale, prendendo atto che alcune forme di decentramento hanno generato conflittualità, burocrazia, scarsa trasparenza, ma anche che dal centro non è possibile una seria verifica dei risultati e un monitoraggio efficiente della spesa.
Allo Stato va il compito di sostenere il teatro con strumenti fiscali e normativi: dalla fiscalità di vantaggio all’IVA agevolata, da un nuovo regime di detrazioni e deduzioni alla detassazione degli investimenti , dal costo dei vigili del fuoco alle incertezze della normativa di sicurezza sui luoghi di pubblico spettacolo, ma anche un serio piano di razionalizzazione e messa a sistema delle filiere culturali di cui il teatro è uno snodo importante, ma non l’unico. Basta pensare per comparti: ambiente, cultura, formazione, turismo sono interconnessi e interdipendenti nei risultati.
Agli Enti Locali il compito di intervenire sui costi fissi delle strutture
(utenze, rifiuti, reti e infrastrutture per la promozione e la comunicazione), di riesaminare le licenze nei luoghi di pubblico spettacolo consentendo attività coerenti ( dischi libri gadget turistici ecc.), di mettere a sistema gli snodi culturali del territorio e di rendere disponibili gli spazi inutilizzati attraverso partenariati di progetto, uscendo da qualunque forma di gestione diretta.
Anche in questi casi occorrono procedure snelle, selezioni trasparenti, verifiche puntuali, tempi ragionevoli.
Un teatro più giovane e più internazionale.
Questa è forse la scommessa più importante sia per frenare la fuga all’estero di molti giovani artisti sia per non dissipare talenti che hanno bisogno di opportunità vere e non di essere sfruttati per sorreggere le produzioni o le gestioni.
Il punto non è nel dare contributi modello FUS ,che potrebbero assicurare solo piccole cifre ( la cui complessità di rendicontazione scoraggia anche un commercialista ), ma di assicurare forme di tutoraggio vere perché controllate adeguatamente, di stimolare la formazione di giovani imprese migliorando l’accesso al credito e istituendo un fondo di garanzia per queste start up, mettendo a disposizione spazi ,come già detto, favorendone l’inserimento in reti/ strutture internazionali.
Se un artista lavora all’estero perché il suo paese sostiene la sua formazione e la sua crescita professionale è un investimento, ma se quell’artista è fuggito in cerca di opportunità che in patria non ha trovato, è una sconfitta politica e una perdita secca in termini di sviluppo
In questo ambito si inserisce infatti un tema importante: quello della
internazionalizzazione del nostro teatro: partenariati , mobilità, formazione linguistica sono molto più importanti di festival e rassegne e qui il ruolo dello Stato è determinante per evitare interventi spot, per quanto lodevoli. Serve un’agenzia nazionale con questi compiti , magari estesa alle altre forme di spettacolo dal vivo, in grado di fare proposte di sistema , accordi di programma, di assicurare una presenza propositiva nelle reti internazionali, di sostenere residenze all’estero.
L’edificio teatrale “nuova piazza urbana”. Per una nuova cittadinanza teatrale
La storia del teatro ci insegna che gli edifici teatrali sorgevano al centro delle città, nella piazza a fianco della chiesa e del comune erano centrali rispetto al sistema città
E oggi ? Oggi il punto non è sul dove sono costruiti rispetto alla dimensione urbanistica della città, ma dello loro centralità rispetto alla “vita” della comunità. Il riferimento per l’edificio teatro e la sua funzione è il modello
smart city, che propone un ambiente – piattaforma, che fa leva sull’innovazione e sulla differenziazione dei servizi offerti per creare aggregazione, comunicazione tra individui, rafforzare le identità culturali, occupare il tempo libero, confrontarsi e produrre nuova cultura, fare rete con gli attori del territorio, interagire e condividere le progettualità in una dimensione internazionale.
Per dirla in altri termini, si propone
una filosofia di vita fondata su una dimensione al tempo stesso ludica, partecipativa, creativa e relazionale: e il teatro non è tutto questo per sua natura?
Si parla di un modello di società
open source mutuato dal Web , una società con forme ovviamente diverse di convivialità e con altre personalizzazioni dei servizi
Allo stesso modo si può parlare di
teatro-piattaforma che non eroga servizi,ma è una struttura abilitante per la generazione privata, pubblica, associativa di servizi :questo implica una nuova relazione tra domanda ed offerta culturale. Ecco il teatro “nuova piazza urbana”, che risponde alla ricerca oggi molto vivace di una forte componente relazionale nelle esperienze di vita quotidiana
Web,internet,nuovi media hanno modificato la frontiera tra consumatore e creatore di cultura. Modificata non vuol dire annullata, non vuol dire che siamo tutti artisti e tutti creativi, non vuol dire che dialogare ricercare interagire debba avvenire solo in rete. Anche da un luogo fisico, quale l’edificio teatrale, possono andare e venire contatti relazioni idee,
solo un luogo fisico consente di scambiare relazioni intese come esperienze e non solo conoscenze o informazioni. Qualcuno ci potrebbe ricordare che scambiare bit non sostituisce lo scambio di molecole……
Ma è indispensabile diversificare e differenziare l’offerta.
Diversificare. La multidisciplinarità non basta più, occorre la polifunzionalità : ampliare la gamma dei servizi. Un contenitore culturale deve operare a largo spettro non solo rispetto ai generi di spettacolo, ma anche alla tipologia di prodotti (libri film mostre d’arte, corsi, design …),alla varietà merceologica ( bar, gastronomia, area relax, …) ,alle nuove tecnologie . Deve espandersi a network di individui e comunità che condividono una visione convergente e intensa della cultura e delle nuove tecnologie
Differenziare. Sviluppare percorsi culturali di qualità e innovativi che consentano al fruitore di essere partecipe e di poter scegliere la propria esperienza tra diverse opzioni
E’ l’idea di un teatro come laboratorio per il consumo e la produzione culturale, per condividere il sapere , questa è la nuova cittadinanza teatrale, l’accessibilità degli anni 3.0 ( per dirla con una formula di moda).
E’ il grande tema della accessibilità e della partecipazione che riguarda solo in minima parte l’allargamento del pubblico, accessibilità e partecipazione oggi sono leve per incamerare i bisogni e le aspettative del pubblico prestando forte attenzione al contesto sociale.
Il teatro nella sua storia millenaria questo ha sempre fatto nei smomenti più creativi : superfluo citare le arene ateniesi o i teatri all’italiana, le tragedie greche e il teatro shakespeariano, forse meglio ricordare ancora una volta il piccolo teatro di via rovello, il teatro di Grassi e Strehler nella milano del dopoguerra
Ce la farà il soldato teatro a riprendere il suo posto nella sua comunità?
Dal mio osservatorio vedo / sento fermenti interessanti, colgo una domanda sempre presente,ma è assordante il silenzio delle istituzioni rispetto alla cultura in generale e al teatro in particolare. Questi anni difficili che attraversiamo , difficili su molti piani, non possono essere una scusa per nascondere mancanza di idee e di coraggio.

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